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domenica 28 ottobre 2012

Mio nonno è morto in guerra, Cristicchi incanta Cagli: il tour parte da qui

Mio nonno è morto in guerra, Cristicchi incanta Cagli: il tour parte da qui


Nonno Rinaldo è tornato a piedi dalla Russia. Con altri dieci di quei 150 ragazzi che, con lui, partirono da Roma. Ma una parte di Rinaldo, nella Campagna di Russia, c’è morta. Inizia e finisce con un pensiero all’affetto che ormai non c’è più “Mio nonno è morto in guerra”, lo spettacolo presentato a Cagli in anteprima nazionale da Simone Cristicchi, che di lui ricorda come sentisse sempre freddo, anche ad agosto e anche se viveva a Roma.

Alla Salute!, l’incontro pomeridiano nel Ridotto del teatro, è stato l’occasione per raccontare lo spettacolo: nulla ha tolto alla messa in scena e, semmai, qualche elemento in più lo ha regalato. Simone ha ricordato quel silenzio tra una battuta di spirito e l’altra quando il nonno raccontava la sua guerra, quel conflitto mondiale che Cristicchi ha capito di più solo dopo che il nonno è morto. Allora, ha iniziato a parlare con altri nonni, memoria vivente di un conflitto chiassoso scoperto in un periodo di guerra pacifica, dove i nemici non portano più la divisa e sono difficili da riconoscere. Allora, ha ripreso la sua sedia gialla, quella arrivata al festival di Sanremo dopo che circa 150 persone ci si erano sedute per raccontare la propria storia di disagio mentale, la loro guerra (una prospettiva diversa quella che viene dalla sedia, ma anche un momento per fermarsi, ascoltare, riflettere). Allora, ha capito che quei silenzi, spesso, erano un modo per non ricordare qualcosa che non si dimenticherà mai: l’uomo che hai ucciso, il compagno che hai visto morire, quello che hai sacrificato per sopravvivere. Cinquantasette di quelle storie sono diventate un libro, quattro lo spettacolo che, da Cagli, è partito per il tour. Accolto con grande favore dal numeroso pubblico: rimasto in silenzio, ma senza risparmiarsi negli applausi. Da quel palco, Cristicchi, lascia senza parole e confonde. Un’ora e mezza di inno alla vita, celebrato parlando di morte e un racconto della guerra fatto dall’amore (per la patria, il fratello, la terra) di chi resta, aspetta e ricorda. O di chi torna, senza trovare niente di quello che ha lasciato come lo ha lasciato. Fa piangere e ridere Cristicchi, anche se il riso è amaro, quando esce dalla bocca di un trentenne che stringe tra le mani la Costituzione e si guarda attorno per cercare quel Paese ottenuto con il sangue.
Una valigia di cartone, un cappotto, una giacca militare, bastano a farti sentire l’odore della guerra. Della polvere, delle macerie, del fuoco e della fame. Poi c’è tutto da ricostruire, a partire dalle sedie accatastate sul palco: storie di uomini che fuggono, partono, tornano e sopravvivono. Almeno nella memoria. P

Nel pomeriggio, prima di scendere dal Ridotto al teatro per “le ultime rifiniture”, il cantautore (attore da un po’ più di due anni) ha dedicato il libro e questo debutto al nonno, a chi ha lasciato a lui (e noi) un po’ della sua memoria e a quelli che, il loro contributo, non sono riusciti a vederlo pubblicato. Perché quel pezzo di memoria ha fatto appena in tempo a non andare perduto. Un invito all’ascolto, quello che viene dall’artista romano. Un invito a fermarsi e riflettere, perché la storia siamo noi.

Elisa Venturi

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